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Abbiamo incontrato Luca Puri, un architetto paesaggista, docente di permacultura, artista e studioso. Una figura che unisce passione, curiosità e un profondo senso di appartenenza alla comunità. Il nostro intervistato ci ha offerto uno sguardo unico su cosa significhi essere un uomo di cultura nel mondo contemporaneo, affrontando con equilibrio le sfide poste dalla tecnologia e dalla globalizzazione, senza mai perdere il contatto con le radici e con il territorio. La sua visione si basa sulla condivisione, sull’inclusività e sull’importanza di coltivare relazioni autentiche, rendendo la cultura uno strumento di connessione e crescita collettiva.
Cosa significa essere un uomo di cultura?
Siamo un po’ tutti uomini o donne di cultura, ciascuno a modo proprio. Penso che la cultura sia una consapevolezza che si coltiva e si cerca di migliorare, uno strumento per interrogarsi sul presente e sul mondo che ci circonda, e non soltanto un modo di guardare al passato. Essere uomini di cultura significa essere presenti, consapevoli e attenti non solo all’ambiente circostante, ma anche alle persone intorno a noi. Un uomo di cultura ha una visione profonda, forse sarebbe meglio dire “circolare”, un modo di osservare che abbraccia molteplici prospettive.
Quali sono le sfide di fare cultura nel XXI secolo?
Una delle grandi sfide di oggi a mio parere è quella di creare aggregazione. Viviamo in una realtà parallela, quella dettata da strumenti tecnologici come gli smartphone, che modifica i concetti di verità e autenticità. Questo mondo parallelo che ci portiamo sempre dietro rischia di farci perdere un grande obiettivo della nostra esistenza e della nostra vita, che è quello di creare aggregazione e di percepire l’appartenenza a una comunità, a un luogo di nascita, alle nostre origini. Io credo molto nel valore della comunità, perché è lì che possiamo esprimerci ed essere davvero noi stessi. Penso quindi che la sfida del nostro tempo sia creare delle reti, coltivare il senso di appartenenza e stimolare l’interesse verso una partecipazione collettiva.
Qual è il risultato più grande che ha ottenuto? Cosa le dà più soddisfazione guardando al passato?
Direi il lavoro su me stesso ma, mettendo da parte l’ego, una delle cose di cui sono più orgoglioso è l’aver creato e organizzato il primo Festival Nazionale di Permacultura. Possiamo definire la permacultura come cultura ecologica applicata, come un metodo di progettazione e tanto altro, ma purtroppo non ho abbastanza tempo a disposizione per approfondire questo concetto importantissimo. Ho immaginato e creato questo festival e ho voluto portarlo proprio nella mia comunità, nel mio paese nativo: Bolsena. La cosa più soddisfacente è stata quella di vedere in quei giorni centinaia di giovani animare il paese, apprendere, stare a contatto con i docenti di permacultura e i professionisti coinvolti, praticare la permacultura e farlo nelle piazze, liberamente ma anche spontaneamente e con tanta educazione.
Qual è il ruolo della cultura nel creare una connessione tra persone e territorio? In che modo il suo lavoro di architetto paesaggista contribuisce a ciò?
Sono un docente di permacultura, faccio parte dell’Accademia Italiana di Permacultura e questo mi ha permesso di capire che ogni intervento sul territorio richiede una corretta progettazione, analisi e osservazione. Quando la progettazione è ben fatta connette immediatamente le persone al territorio. Tendenzialmente pensiamo che la connessione con un luogo sia più facile se si è nati in quel posto specifico, ma non è così. Fortunatamente siamo esseri umani e abbiamo un’enorme capacità di adattamento a qualsiasi situazione, per cui riusciamo a connetterci sia con le persone che con l’ambiente che ci circonda. Ecco, riuscire a stimolare questa connessione secondo me rappresenta un grande passo a livello culturale.
Potrebbe citare un ministro della cultura valido?
Direi Giovanna Melandri che è stata anche presidente della Fondazione MAXXI, ma in generale non ho molta fiducia nei politici.
Serve un titolo per essere un uomo di cultura?
Assolutamente no. Certo, un titolo può aiutare, ma non è necessario. La cultura non ha bisogno di essere titolata da noi uomini.
C’era più cultura nel passato o oggi?
Oggi abbiamo un accesso alla cultura molto più ampio rispetto al passato, grazie agli strumenti tecnologici. Tuttavia, questo accesso dovrebbe richiederci più discernimento: non tutto ciò che leggiamo o vediamo è vero. La cultura oggi è più diffusa, ma richiede una maggiore consapevolezza.
Qual è la nazione che ha contribuito di più alla cultura nella storia dell’uomo?
Tutte le nazioni hanno dato un contributo significativo. Purtroppo siamo spesso vittime di una visione occidentale che ci fa vedere il nostro piccolo orticello come il centro del mondo. In realtà tutte le culture e tutte le nazioni hanno dato un contributo enorme, arricchendo il patrimonio culturale dell’umanità.
Qual è il personaggio che ha contribuito di più alla cultura nella storia dell’uomo?
Direi che non si può fare una classifica. Dipende dai contesti e dagli ambiti: nell’architettura ad esempio Filippo Brunelleschi ha contribuito molto, nell’arte tante altre figure hanno dato uno slancio importante. Sarebbe impossibile dare una risposta univoca.
Quante lingue parla?
“Purtroppo” oltre all’italiano parlo solo inglese, che è diventato un po’ il latino moderno. Ho studiato anche francese, ma l’inglese è la lingua che mi è stata più utile perché ho vissuto per molto tempo a Londra e all’estero.
Un contributo che vorrebbe dare o che pensa di lasciare alle future generazioni?
Non ho la presunzione di lasciare un grande esempio ma posso dire di essere una persona molto curiosa, aperta, che non vede confini o barriere e che cerca di non crearle. Quindi non saprei dirle se io possa essere un esempio in questo.
Come potrebbe evolvere il concetto di cultura nel futuro?
La cultura è in perenne evoluzione come tutto il resto, che è in movimento costante, e dare una definizione secondo me sarebbe errato. Dovremmo far agire la natura perché in essa è cambiato tutto, sempre e velocemente. Credo che bisognerebbe affidarsi totalmente a lei, che farà il suo corso. È quindi impossibile definire la cultura del futuro e non la etichetterei perché non possiamo prevederla, come in parte è giusto che sia.
C’è un problema che, una volta risolto, potrebbe permettere alla cultura di tornare a essere dominante nelle nostre vite?
Trovo che la cultura sia già dominante nelle nostre vite, ad esempio anche quando ascoltiamo i racconti dei nostri nonni al pranzo della domenica si tratta di cultura. Il problema è che siamo abituati a vederla come una cosa elitaria e classista. In realtà dovremmo toglierci questo pregiudizio di dosso perché la cultura è interclassista, è aperta a tutti, deve parlare e coinvolgere tutti. È questo il problema che andrebbe capito e corretto. D’altronde cultura e coltura derivano dalla stessa voce verbale che è colere, che significa coltivare e implica il concetto di coltivare e rendere fertile qualcosa. Se riusciamo a capire questo e impariamo a rendere fertili con le nostre azioni le persone intorno a noi e l’ambiente che ci circonda, allora avremmo vinto una sfida meravigliosa.
