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Franco Ginanneschi, 85 anni, è un instancabile custode della cultura e delle tradizioni popolari di Latera, un uomo che ha fatto della sua vita una missione per preservare e tramandare la memoria collettiva del suo territorio. Ginanneschi continua a essere una figura di riferimento a Latera, dove ha ricoperto il ruolo di Presidente del comitato organizzatore della festa di Sant’Antonio Abate per oltre vent’anni, ha contribuito alla crescita del Museo della Terra e a preservare tutt’oggi con i suoi racconti la memoria storica e le tradizioni del suo luogo natale. In questa intervista ci racconta la sua idea di cultura, riflette sul valore delle tradizioni e sull’importanza dell’ascolto per mantenere viva un’eredità preziosa che rischia di scomparire.
Cosa significa essere un uomo di cultura?
Per me un uomo di cultura è qualcuno che ascolta e apprende quanto tramandato dai propri cari, in particolare dagli anziani. Apprendere le conoscenze di un tempo è “cultura diretta” perché se abbiamo passione per queste cose, allora ci restano dentro. Sono stato fortunato in questo grazie a mio nonno, nato nel 1875, e a mio padre, del 1895. Erano grandi appassionati di storia e letteratura e leggevano testi come La guerra di Troia, L’Orlando Furioso e Torquato Tasso. Da piccolo, prima di uscire di casa, mi facevano leggere almeno due pagine di questi libri. Per me, la cultura di un uomo passa anche da esperienze come queste.
Quali sono le difficoltà di fare cultura nel XXI secolo?
Oggi una grande difficoltà per la cultura è che le nuove generazioni non ascoltano, spesso con loro ho la sensazione di parlare al vento. Qualche tempo fa ho organizzato il compleanno di mio nipote e speravo in una vera festa. Eppure, passato il pranzo, la festa è finita e tutti hanno solo “strusciato quello specchietto su e giù”, ossia sono stati tutto il tempo davanti al telefono. Non c’è stato né canto, né ballo, né racconti o barzellette, nessuno ha realmente partecipato.
Qual è il risultato più grande che ha ottenuto? Cosa le dà più soddisfazione guardando al passato?
Ho sempre amato organizzare eventi, soprattutto le feste popolari di Latera. Una delle maggiori soddisfazioni è stata riportare in vita una festa dimenticata, quella di Sant’Antonio Abate, per la quale sono stato presidente del comitato per 20 anni. Era una gioia vedere persone provenienti dai paesi vicini venire a partecipare. Ma la soddisfazione più grande è stata quando un cardinale è venuto a visitarci e con lui addirittura il coro della Cappella Sistina. Questo momento, per me, è stato enorme. Ora sono invecchiato, ma non lo dimenticherò mai.
Ah, un altro ricordo che conserverò per sempre è stato quando ho portato il quadro di Sant’Antonio Abate davanti al Papa per la benedizione. Tutti gli offrivano doni preziosi: pergamene, quadri d’argento e altre meraviglie. Io, invece, gli ho portato solo un cesto con un biscotto, un fiasco di vino e mezzo filone di pane. Il Papa mi ha guardato e sorridendo ha detto: “Anche il Papa mangia!”.
Considerando il suo ruolo nel preservare la memoria contadina e culturale di Latera tramite il Museo della Terra, pensa che sia importante per i giovani interessarsi e tramandare questi aspetti della vita rurale e queste tradizioni?
Ho partecipato attivamente all’iniziativa del Museo della Terra di Latera, sono stato amico della presidente Fulvia Caruso e di Marco D’Aureli. Ho preso parte anche alla registrazione della canzone del brigantaggio di Latera e di tante altre storie. Ho raccontato molto di quella piccola zona che oggi è un museo ma che prima era una chiesa e in seguito ha ospitato delle monache. È un museo degli attrezzi agricoli che si usavano nel paese – come zappa, falcetta, piccone e così via. Credo sia importante che i giovani si interessino a queste cose e le ricordino. I responsabili oggi organizzano anche incontri di poesia e musica per mantenere vive le tradizioni e vi partecipano molte persone. Questo mi fa pensare che il museo e le tradizioni avranno ancora lunga vita e fortuna.
Potrebbe citare un ministro della cultura valido?
No, non saprei dire.
Serve un titolo per essere un uomo di cultura?
No, direi un no secco.
C’era più cultura nel passato o oggi?
Credo che in passato ci fosse più cultura perché si conosceva e si parlava con le persone anziane e con chi frequentava la chiesa. Da loro c’era sempre qualcosa da imparare e scoprire perché avevano già una loro sapienza ed erano acculturate.
Qual è la nazione che ha contribuito di più alla cultura nella storia dell’uomo?
L’Italia. La storia, le fonti storiche, le cattedrali e le chiese italiane credo siano un esempio di grande cultura.
Quale personaggio ha contribuito di più alla cultura nella storia dell’uomo?
Dante Alighieri. La storia ci insegna che ciò che ha scritto è stato ripreso da tanti poeti del suo tempo, e non solo, che lo declamavano. Ogni bottega, poesia o bettola con cui mi sono confrontato nella mia vita faceva sempre riferimento a Dante.
Quante lingue parla?
Parlo la mia, quella laterese, quella casereccia.
Un contributo che vorrebbe dare o che pensa di lasciare alle future generazioni?
Vorrei fare in modo che le future generazioni imparino ad ascoltare con pazienza, perché così tutto può diventare storia e cultura. Questo dipende molto anche dalle famiglie: bisogna aiutarle a trasmettere ai propri figli il valore della vita, della cultura e della bellezza.
Come potrebbe evolvere il concetto di cultura nel futuro?
Se i giovani ascolteranno e seguiranno sempre le nostre tradizioni allora la cultura nel futuro sarà preservata e sarà una cultura bella e vera.
C’è un problema che, una volta risolto, potrebbe permettere alla cultura di tornare a essere dominante nelle nostre vite?
Secondo me il problema è ancora una volta quello dell’ascolto. Se ascoltiamo e seguiamo le idee delle persone più anziane, dei nostri nonni e genitori, allora torneremo a comprendere tutto ciò che è e potrebbe essere utile per l’uomo.
