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Nativo di Vetralla, Getulio Cenci è una figura importante per la comunità locale. Uomo di profonda cultura e sensibilità storica si è contraddistinto, e si distingue tutt’oggi, come custode delle tradizioni di Vetralla e promotore di iniziative volte a preservarne il patrimonio artistico e culturale. Cenci riflette con lucidità e passione sui concetti di cultura, tradizione e futuro, offrendo una visione che coniuga saggezza e pragmatismo. La sua filosofia traspare in ogni parola, diretta a convogliare l’idea secondo cui la cultura non è mero accumulo di informazioni, ma un processo continuo che arricchisce e migliora l’individuo nelle sue virtù e nei suoi valori, una fiaccola da tramandare alle future generazioni.
Cosa significa essere un uomo di cultura?
Per me un uomo di cultura è qualcuno che apprezza la conoscenza in tutte le sue forme. Credo che esistano diversi tipi di cultura, dalla più elevata alla semplice pietra scolpita dall’uomo primitivo. Anche quest’ultima è una forma di cultura perché ha permesso all’umanità di progredire, di risolvere problemi e di acquisire nuove capacità. Personalmente intendo la cultura come l’insieme delle conoscenze derivanti dalle esperienze e dalle applicazioni pratiche che l’uomo acquisisce durante la sua vita. Non la limiterei infatti solo alla lettura di libri e all’accumulo di informazioni, perché anche saper cucinare è una forma di cultura: racchiude conoscenze, necessita di una certa preparazione e di determinate abilità. La cultura è quindi l’insieme di ciò che impariamo, di ciò che sappiamo fare e comprendere. In definitiva direi che la cultura e il bagaglio culturale non sono altro che la conoscenza delle cose che abbiamo accumulato nel tempo.
Quali sono le sfide di fare cultura nel XXI secolo?
Nel XXI secolo la cultura si trova a confrontarsi con la crescita esponenziale delle conoscenze resa possibile soprattutto dall’apporto dell’informatica, dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie. Oggi abbiamo a disposizione un’enorme quantità di dati, accessibili a chiunque con un semplice clic, senza più il bisogno di specializzarci o approfondire le nostre conoscenze. Questo rischia di farci perdere qualcosa di essenziale. La vera sfida infatti è mantenere vive le virtù e con questo intendo ciò che i grandi filosofi definivano il Bene, il Giusto. Questi valori riguardano un atteggiamento fondamentale che l’umanità dovrebbe conservare, anche di fronte alla potenza dell’informazione. In questo senso i grandi pensatori del passato ci lasciano insegnamenti ancora validi. Penso a Dante e alle parole che mette in bocca a Ulisse: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”. Questo vuol dire che nonostante siamo nell’epoca dei computer seguire le virtù, che non derivano da nessuna risposta informatica, è un principio ancora valido e fondamentale, così come lo era per Dante nel 1200.
Qual è il risultato più grande che ha ottenuto? Cosa le dà più soddisfazione guardando al passato?
Senza dubbio il recupero della Chiesa di Forum Cassii è uno dei traguardi di cui vado più fiero. Quando ero ventenne con alcuni amici appassionati ci rendemmo conto che nel territorio vetrallese c’era una chiesa alto-medievale in completo stato di abbandono. Eppure, con studio e dedizione abbiamo capito che si trovava su un sito romano di grande valore storico, il Forum Cassii. Oggi, dopo cinquant’anni siamo riusciti a riportare questo luogo alla vita. La chiesa è recuperata, il tetto è stato restaurato e i pellegrini che percorrono la Via Francigena possono visitarla. Durante l’estate sono stati organizzati anche spettacoli teatrali e musicali e vedere quel luogo, un tempo completamente abbandonato, diventare un centro di cultura e incontro è per me una grande soddisfazione. Lo considero quindi un traguardo personale, un risultato che rivendico con orgoglio.
Qual è secondo lei l’aspetto della cultura e delle tradizioni di Vetralla che rischia maggiormente di andare perduto? Cosa si può fare per preservarlo?
In questo caso penso alle parrocchie di Vetralla. Non le intendo come entità religiose, ma come centri di aggregazione dove le persone si ritrovavano per diverse attività: i ragazzi giocavano insieme, si organizzavano le feste locali, si preparavano le cene tradizionali, si tramandavano i racconti. Era una comunità viva, unita, che manteneva le tradizioni e faceva cultura. Oggi purtroppo queste parrocchie non esistono più e con loro è scomparso quel senso di condivisione e tutta la cultura che si portavano dietro. Purtroppo vedo che in paese ci sono tante finestre chiuse, la popolazione si è ridotta e con essa si è persa una parte importante della nostra cultura. Non credo sia possibile recuperare questa dimensione perché i tempi sono cambiati ed è un aspetto che rimpiango profondamente.
Potrebbe citare un ministro della cultura valido?
Se devo citarne uno, tornerei indietro fino a Giovanni Spadolini. Oltre a esser stato Presidente del Consiglio, era un uomo di grandissima cultura e un giornalista. Oggi, purtroppo, mi sembra che chi gestisce la cultura sia più concentrato sulla superficie, su ciò che è visibile e sulle apparenze, tralasciando il profondo, il vero senso delle cose.
Serve un titolo per essere un uomo di cultura?
Assolutamente no. Ho conosciuto laureati che non dimostravano nulla di ciò che avevano studiato, mentre ho incontrato persone senza titoli che erano ricchissime di conoscenze ed esperienze. Non credo che la cultura dipenda da un’etichetta. Prendo come esempio Luciano De Crescenzo che non era un filosofo accademico, ma è riuscito a portare alle masse concetti di filosofia utili per la vita di tutti i giorni. Questo è stato un contributo enorme alla cultura, senza necessità alcuna di titoli né etichette.
C’era più cultura nel passato o oggi?
Oggi, perché la cultura si arricchisce sempre di più con l’avanzamento della conoscenza. Oggi sappiamo e conosciamo molte cose che prima erano sconosciute. Il passato infatti era caratterizzato da una conoscenza più settoriale. Prendiamo, ad esempio, San Tommaso d’Aquino che era un grande filosofo e teologo ma la cui conoscenza era inevitabilmente limitata al proprio campo e al proprio tempo. La cultura di oggi, invece, proprio grazie a questo progredire è sempre più ampia.
Qual è la nazione che ha contribuito di più alla cultura nella storia dell’uomo?
È difficile individuare una sola nazione che abbia influenzato tutto il mondo. Tuttavia, se devo sceglierne una direi la Grecia, in particolare la Grecia classica. Anche se il suo contributo non si è esteso al Medio ed Estremo Oriente, dove esistevano però sicuramente altre grandi tradizioni culturali. Per noi occidentali tutto si basa su ciò che è stata la Grecia classica, dai grandi pensatori e filosofi ai maestri della democrazia.
Qual è il personaggio che ha contribuito di più alla cultura nella storia dell’uomo?
Ce ne sono stati molti ma il primo che mi viene in mente è Leonardo da Vinci. Era un genio eclettico, forse non eccelleva particolarmente dal punto di vista letterario, ma ha rivoluzionato il modo di vedere il mondo. La sua originalità e la sua visione erano così avanzate per il suo tempo che possiamo considerarlo un precursore in molti campi.
Quante lingue parla?
Parlo il mio dialetto locale ma ho un italiano molto ricco grazie all’abitudine costante di leggere che mi ha permesso di sviluppare un vocabolario ampio e variegato.
Un contributo che vorrebbe dare o che pensa di lasciare alle future generazioni?
Nel mio piccolo mi piacerebbe fare ciò che mi riesce bene, ovvero lasciare un racconto della mia generazione. Penso che attraverso i racconti possiamo dare a chi verrà dopo di noi una chiave di lettura del nostro tempo. In fin dei conti è così che si tramanda la storia: tramite ciò che gli altri hanno scritto.
Come potrebbe evolvere il concetto di cultura nel futuro?
Con la tecnologia e l’intelligenza artificiale il futuro della cultura sarà inevitabilmente diverso. Per spiegarmi meglio: quando ero piccolo ho imparato a memoria le tabelline, mentre oggi non le impara quasi più nessuno. E come mai? Perché ormai non ha più senso imparare a memoria qualcosa quando si ha in tasca uno strumento così potente che può fare di tutto. I giovani hanno a disposizione strumenti potentissimi, capaci di fornire ogni tipo di informazione con un semplice clic. A fronte di ciò probabilmente la cultura sarà più ricca, perché non è la tecnologia in sé che grava, ma lo strumento. Mi viene in mente Socrate che di fronte a ogni novità si interrogava chiedendosi: “Questo quanto mi migliora?”. Forse è il metro giusto con cui misurare il concetto di cultura nell’ottica del progresso. Per me ciò che dovrà valere come vera cultura del futuro, però, sono quei valori e quelle capacità che rendono l’uomo buono e capace di vivere in società con gli altri in maniera pacifica.
C’è un problema che, una volta risolto, potrebbe permettere alla cultura di tornare a essere dominante nelle nostre vite?
Sì, il problema secondo me è che oggi abbiamo troppe informazioni e questa abbondanza rischia di paralizzarci. Faremo la fine dell’asino di Buridano che, avendo davanti due mazzi di fieno, era sempre indeciso su quale dei due mangiare per primo fino a morire di fame. Oggi avendo troppo materiale a disposizione non riusciamo più ad avere una nostra identità per scegliere una strada piuttosto che un’altra.
Vorrei poi in conclusione sollecitare una riflessione. Parlando di cultura ci siamo riferiti inconsciamente a quella dell’Occidente, senza alcun riferimento al fatto che spostandoci in altre parti del mondo troveremmo altrettante culture, completamente differenti dalla nostra. Inoltre, la maggior parte del mondo non può interrogarsi sulle questioni qui discusse perché ha problemi ben più urgenti da affrontare, come quello della sopravvivenza.
Viene quindi da chiedersi: questa riflessione sulla cultura e i concetti a essa connessi è da intendersi come relativa soltanto al nostro Occidente iper-ricco e pieno di informazioni, o deve essere pensata come concetto universale, relativo all’umanità intera? In tal caso si delineerebbe uno scenario completamente differente.
