Una vita intensa tra mille esperienza, scherzi e tanti amici. Schiggino ha lasciato un segno permanente nella sua Viterbo. Come artista naif ha deliziato fornai, barbieri, ristoratori e chiunque lo aiutasse con una delle sue creazioni. Tanti aneddoti legati al suo modo unico di interpretare tutto. Spesso il protagonista dei racconti a lui dedicati sono la sua vespa o il gatto nella radio. Ovviamente lontano da Viterbo vinse premi ma di questo non si parla mai.

A Natale 2025, a Viterbo, in via San Lorenzo, 18 La Retrospettiva a lui dedicata.

Vernissage: Sabato 27 dicembre 2025, ore 19:00 in compagnia della sorella, della cugina e di 4 generazioni di Schiggini.

Da un’idea di Paola Pallotta realizzata da Tuscia in Fiore.

I primi passi

Gino Torquati nacque nel 1915 a viterbo. I genitori lo mandarono al collegio Ragonesi. Vista la vivacità lo mettevano in punizione in una cella buia (così affermava lui stesso). Scappò.

I genitori provarono alla Scuola di Arte e Mestieri, dal Prof. Angelo Canavari, famoso artista Viterbese. Durò poco. Un giorno mentre entrava il preside fece una sonora pernacchia indirizzata ad un compagno che si vantava essere più bravo di lui. Cacciato.

Uno zio gli trovò lavoro a Roma presso la ditta Silvestrini, fornitrice di abbigliamenti ecclesiastici. Descritto da lui come un periodo felice durò poco. Continuava a sbagliare le consegne : un vestito da cardinale lo consegnava ad un parroco e viceversa, lo zuccotto vescovile ad una suora. A chi si lamentava diceva:

“Ma non vedete che il cappello ve sta bene, e allora va a cerca’ che colore è. Mettetelo e via”.

Il soprannome ed il fronte

A chi gli chiedeva: “Come ti chiami?” Rispondeva di aver avuto sempre una certa difficoltà di pronuncia, un po’ balbettando rispondeva:

“Schi.cchi.. Gino!

Quando incontrava qualcuno, muovendola la mano destra a mò di sciabola sembrava sempre colpire la pancia o più in basso facendo con la bocca un verso: “Schii…”

Per questo Gino è diventato per i Viterbesi “Schi .Gino”. Questo lo ha salvato addirittura dal fronte. Fu chiamato alle armi, nonostante il parere contrario dei medici, in uno dei primi giorni di servizio, mentre Schiggino stava di sentinella, vide passare il colonnello e il generale.

Invece di mettersi sull’attenti e presentare le armi, scese dalla garitta, si avvicinò loro con la mano e… “Schi..” e un colpetto nella pancia a tutti e due! Invano si cercò di fargli capire il rigore della gerarchia militare. L’unica soluzione fu quella di assegnarlo ad un reparto meno impegnativo: fu destinato al “Centro chimico sperimentale”dove lo vestirono tra il marziano e lo spaventapasseri! Non gliela fecero indossare per necessità tattiche, fu solo uno stratagemma per fargli indossare una camicia di forza camuffata.

La Minimacchina

Per la storia si deve dire che Schiggino fu il primo inventore delle ‘minimacchine’. Fu proprio lui che ne costruì una, la prima, in onore di S. Bernardino (nel 1932). Abitava allora alle Piaggiarelle, vicino alla chiesa di S. Giacinta. E per la festa di S. Bernardino, titolare del Monastero, organizzò il trasporto della prima minimacchina, inventata, costruita e pubblicizzata tutta da solo. Per fare la divisa ai facchini stracciò addirittura tutte le lenzuola della madre e della moglie. Dopo il trasporto, fece un discorso che voleva essere il panegirico del santo. Fu brevissimo, perché “s’impatassò” alle prime battute: riuscì solo a dire: “S. Bernardino, nacque, visse e morì e poi… si fece frate”. A questo punto un applauso concluse quello che può definirsi il più breve panegirico della storia.

Era nata la prima Minimacchina di Viterbo poi diventata l’attualissima tradizione delle mini macchine di Santa Rosa.

La Vespa

Appena comparvero le prime vespe, Schiggino attaccò in soffitta la gloriosa bicicletta e cominciò a scorrazzare per Viterbo con la sua moto fiammante, mettendo a serio pericolo non solo la sua vita, ma anche quella dei suoi concittadini.

Indossava tutto il giorno un casco e una tuta bianca: la divisa del club dei vespisti. Molto spesso portava sul sellino anche la madre o la moglie. Una volta voleva dimostrare alla madre la sua abilità di pilota. E, mentre correva, parlava con lei dicendole:

“Adesso tieniti stretta, vedrai come prendo la curva a 80 chilometri all’ora! Ti è piaciuta mamma? Ma che fai non mi rispondi? Che ti si è gelato il sangue nelle vene per la velocità?”

La mamma era caduta.

Si raccontò orgoglioso e fiero di possedere due moticicli e un motocarro Ape, che attrezzò con radio e televisione portatile a bordo.

Le lampadine

Schiggino è stato un bravo elettricista. La madre gli dice che deve andare di corsa per mettere due lampadine. La signora lo riceve e gli chiede “Avete paura voi?” Pensando si trattasse della corrente rispose:

“Posso avere paura io? Da mo che fo sto mestiere. Io la posso tocca’ pure con le mani, tanto nun me fa niente!”, ”Allora salite!”

Schiggino vede nella stanza uno che dorme e pensa di doverle mettere nella stanza dopo. Fatto il lavoro ripassa dalla stanza dove dormiva il padrone di casa e torna dalla donna dicendo:

”Ammazzalo come dorme, questue, non sente neanche lo cannonate! È più di un’ora che dorme… Non ha inteso neanche le botte che davo col martello per piantà i chiodi”.

La vecchietta rispose: “Quello è il mi marito morto”.

La nuova moglie

Nel 1979 muore la prima moglie, di Schiggino, Maria Marzullo. Più avanti del suo tempo usa i media per trovarne un’altra e mette un annuncio sul giornale. Una donna venne da Roma in pullman con l’intento di sposarlo. La aspettava al sacrario. La prese sottobraccio e si avviarono su via Ascenzi. Arrivati alle poste, forse 100 metri, la donna si rese conto dell’uomo che voleva sposarla, lascio Schiggino su due piedi e torno a Roma col primo pullman.

Le 18 sveglie

La compagna di Schiggino raccontò:

“Di notte Gino ride, piange, parla da solo, tira calci nella pancia… non mi fa chiudere un occhio: la mattina sono tutta lividi. Adesso però dormiamo in stanze separate anche perché Gino ha il vizio di caricare 18 sveglie. Dovete sentire al mattino che sinfonia”.

La radio

Un amico gli chiese di riparare una delle prime Radio. Schiggino non aveva idea di come fare ma per farsi vedere preparato gli disse che la doveva portare a casa per fare una buon lavoro. Aprì e non sapeva dove mettere le mani. Lo stesso amico ed altri gli avevano fatto uno scherzo poco tempo prima.

Gli avevano chiesto di sedere e raccontare qualcosa ma avevano messo della colla cervino sullo sgabello. Non potendo andare in giro con lo sgabello attaccato al sedere era stato costretto a tornare a casa in mutande avvolto in una racchetta.

Per ripagarlo mise un gatto dentro alla radio e la riconsegnò. L’amico la accese e sentendo gli strilli del gatto chiese chiarimenti a Schiggino che rispose: “È Radio Londra, non si capisce bene perche parla inglese, te la ho fatta diventare internazionale”.

Schiggino, al secolo Gino Torquati da Viterbo (1915-2001)

Da ragazzino creò un sacco di problemi al padre Ido. Da giovanotto ha fatto mille mestieri a zonzo tra Viterbo e Roma. Da adulto dopo il matrimonio con Teresa nel 1940, si concentrò sul mestiere di elettricista che esercitò sia in proprio, che presso la ditta Minelli al Corso Italia.

Amava la vespa più della moglie, fu spettacolare la sua partecipazione all’Eurovespa ’84 di Verona. Il Vespa Club di Viterbo sfilò li in parata originale formando una piramide umana che poggiava su alcune moto, alla cima della quale c’era lui Schiggino a salutare tutti col suo ghigno beffardo.

A via Borgolungo (VT), c’è una Madonna da lui dipinta contenuta in un piccola edicola. Sulla parete della sua camera da letto in via Caprarecce, dove andò ad abitare dopo piazza del Gesù, dipinse il palazzo dei Papi con vernice fosforescente visibile anche di notte.

Insieme a Marinetti pizzicarolo a San Biele, disegnò una minimacchina dedicata a San Bernardino.

Le autorità lo temevano, proprio per la sua popolarità. Guai ad averlo contro. Non sarà stato un caso se il giorno del suo secondo matrimonio con Maria Marzullo celebrato civilmente a Viterbo nel 1980, dopo una lunga vedovanza, davanti al sindaco Rosati in persona (testimoni Mauro Minelli e Marco Moltoni), si sono contati tra i presenti molti assessori.

…Imprevedibile, distratto, giocherellone, trasgressivo, artista, simpatico, ironico, inaffidabile, finto tonto, megalomane, praticamente gojo nel senso più nobile del termine, con vaga somiglianza all’attore Ficarra. In una parola

Vincenzo Ciniti

 

La bicicletta

Schiggino fu antesignano in tutti gli sport. Uno dei primi ad avere la bicicletta con cui sfrecciava ovunque vestito da corridore.

Anche in inverno indossava una maglietta a maniche corte con due tubolari a tracolla. Partecipava alle gare di bicicletta osannato dalla folla.

Al via scattava avanti a tutti. Dopo poco più di un chilometro si fermava all’ombra di una pianta sdraiandosi sull’erba. La gara aera di 40 giri di Viterbo. Quando le prime macchine della polizia e della giuria annunciavano che il gruppo stava per arrivare all’arrivo, Schiggino inforcava la sua bicicletta e, pedalando come un forsennato, era il primo a tagliare il traguardo, mentre distaccati di pochi metri si affacciavano sul rettilineo gli altri concorrenti. È inutile dire gli applausi che i Viterbesi riservavano al vincitore Schiggino, abituati ormai a queste ricorrenti vittorie!