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In un mondo in cui spesso la modernità oscura il valore delle radici emerge il profilo di Luca Panichelli, che ha fatto della valorizzazione del proprio territorio una vera e propria missione. Nato e cresciuto a Civita Castellana, parte di un’area ricca di testimonianze storiche, naturalistiche e archeologiche, e spinto dall’amore per la natura e dalla curiosità verso le origini del proprio territorio, ha saputo trasformare la propria passione in un progetto di valorizzazione del territorio dell’Agro Falisco. Oggi è diventato un punto di riferimento per il turismo escursionistico locale, contribuendo a far riscoprire luoghi un tempo dimenticati. Con la sua visione aperta e una forte spinta verso la condivisione culturale abbiamo riflettuto sull’influenza della cultura nella società contemporanea e sulla sua evoluzione nel futuro, sul ruolo delle future generazioni nel preservare il nostro patrimonio culturale e sull’importanza della curiosità come motore di conoscenza.

Cosa significa essere un uomo di cultura?

La domanda è semplice, ma allo stesso tempo è difficile dare una definizione. Sicuramente la cultura può essere definita come un insieme di conoscenze intellettuali che una persona acquisisce nel tempo attraverso studio ed esperienza. Tuttavia, può essere intesa anche in senso più ampio, come nel caso di gruppi sociali in determinati periodi storici – pensiamo alla cultura hippy degli anni ’60 o a quella ‘woke‘ di oggi. Un uomo di cultura, però, non è solo colui che possiede un titolo accademico. Lo è anche un contadino che conosce a fondo la propria terra e sa come ricavarne il massimo perché ha acquisito delle conoscenze ed esperienze. È difficile schematizzare il tutto in una risposta univoca ma per me essere un uomo di cultura significa saper comunicare con persone di diversa provenienza perché la cultura è incontro, confronto, saper ascoltare anche le opinioni altrui. Personalmente, nonostante io sia laureato, non considero la cultura un motivo per sentirsi superiori. Penso infatti che non dovrebbe mai essere fine a sé stessa ma un ponte per comunicare, tramandare le proprie conoscenze e ovviamente mai smettere di imparare ascoltando le storie, le informazioni degli altri. Ad esempio mi piace prestare attenzione ai racconti delle persone più grandi del posto che hanno vissuto questo stesso territorio prima di me proprio per arricchire il mio bagaglio di esperienze e di cultura e poi trasmetterle nuovamente alle future generazioni.

Quali sono le sfide di fare cultura nel XXI secolo?

Credo che una delle sfide principali dei nostri giorni sia quella di fronteggiare la superficialità. Oggi abbiamo tutto a portata di mano grazie alla tecnologia, ma questo porta spesso a una conoscenza frammentaria e inesatta. Troppo spesso le informazioni che troviamo online sono infatti errate o poco affidabili perché, nel bene o nel male, internet e i social hanno dato voce un po’ a tutti. Secondo me la sfida è proprio quella di riuscire a dire le cose esatte e di essere e rimanere curiosi nonostante il senso di superficialità con cui ci troviamo a convivere nella nostra quotidianità. Purtroppo noto una sorta di disinteresse generale e questo fa parte in un certo senso di un declino della società che non riguarda solo la cultura, ma anche l’arte, la musica e tanti altri campi.

Qual è il risultato più grande che ha ottenuto? Cosa le dà più soddisfazione guardando al passato?

Sono originario di Civita Castellana, un territorio ricco di testimonianze storiche, archeologiche e luoghi bellissimi dal punto di vista naturalistico. Questo vale sia per Civita sia per i comuni limitrofi come Corchiano, Gallese e tanti altri dell’Agro Falisco. Tuttavia, fino a circa quindici anni fa, tolte due o tre persone appassionate del territorio, non c’era turismo né le persone del posto conoscevano davvero questi luoghi. Anzi, molti di questi posti erano abbandonati o addirittura usati come discariche. Fin da ragazzo sono sempre stato curioso e amante della natura: camminavo nei boschi e ogni volta che trovavo un muro antico, una torre o una tomba, mi chiedevo perché fosse lì, chi l’avesse costruito o scavato, quale fosse la sua storia. Perciò quando ho terminato l’università, spinto da questa passione, ho deciso di creare per gioco un blog su Internet dove ho cominciato a pubblicare foto, articoli, video e i miei studi su questi luoghi dimenticati e l’ho chiamato Tesori nascosti dell’Agro Falisco. All’inizio pochi credevano in questa iniziativa perché a Civita Castellana l’economia si basa principalmente sul polo ceramico quindi l’idea di puntare su questi luoghi abbandonati sembrava assurda. Invece quello che era iniziato come un gioco è cresciuto anno dopo anno, grazie anche alla mia costanza. Dopo dieci anni posso dire che ora Civita e l’Agro Falisco stanno vivendo una rinascita. C’è un turismo escursionistico significativo e persino le persone del posto hanno cominciato a rispettare questi luoghi. Quindi la soddisfazione più grande per me è vedere il risultato di questo lavoro. Sono riuscito a valorizzare il territorio attraverso un progetto che ormai coinvolge anche realtà internazionali. Collaboro, ad esempio, con l’Accademia delle Belle Arti di Israele che ogni anno porta qui studenti per esplorare questi luoghi. Uno dei simboli di questa rinascita è la via cava Fantibassi, una straordinaria via scavata nella roccia. In Toscana le vie cave sono attrazioni turistiche già da tempo, ma da noi fino a dieci anni fa non le conosceva quasi nessuno. Io ci andavo da bambino per pescare al torrente e, quando ho deciso di creare il blog, sono ripartito proprio da lì. All’epoca non era frequentata da nessuno mentre oggi ci sono tanti gruppi di escursionisti e persone che vanno a visitare il luogo anche in autonomia. Questo mi rende orgoglioso, soprattutto perché il percorso per raggiungere la via cava è curato da me e da altri amici volontari con cui ci occupiamo periodicamente delle passerelle, della pulizia dell’erba e della manutenzione generale.

Come può la narrazione di siti archeologici, in particolare di quelli dell’Agro Falisco, influire sulla consapevolezza culturale locale?

Uso spesso questa metafora: un albero senza radici cade. I siti archeologici e la nostra storia rappresentano le radici culturali di quest’area e senza le radici non si va da nessuna parte. Sono convinto che far conoscere questi luoghi attraverso la divulgazione significa non solo preservarli per il futuro, ma anche accrescere la consapevolezza culturale locale facendo comprendere alle persone le proprie origini.

Potrebbe citare un ministro della cultura valido?

Diciamo che uno dei ministri della cultura che, secondo me, ha fatto qualcosa di buono è stato Franceschini. La mia risposta però prescinde dal colore politico, perché mi definisco apolitico.

 

Serve un titolo per essere un uomo di cultura?

No, un titolo non è necessario, ma servono una serie di conoscenze. Facciamo chiarezza: la cultura può essere generale o specifica. La cultura specifica può derivare da studi universitari, studi fatti in autonomia, esperienze acquisite sul campo. La passione è però fondamentale: il 90% delle persone che fa cultura specifica è mosso da questa. Come dicevo prima anche un contadino che ha imparato sul campo, osservando e leggendo, può essere considerato un uomo di cultura. Quindi direi che non necessariamente serve un titolo per essere definito tale ma piuttosto un bagaglio di esperienze culturali, di studi, di curiosità e passione che ogni singolo individuo può avere.

C’era più cultura nel passato o oggi?

Se riflettiamo sui più grandi scrittori, i più grandi artisti, logicamente sono del passato. È pur vero che durante le loro epoche questi non sempre erano apprezzati, ma venivano riconosciuti dopo la loro morte. Quindi è possibile che anche gli artisti contemporanei magari saranno riconosciuti in futuro. Tuttavia secondo me è cambiato in un certo senso proprio il significato di cultura, che nel passato era appannaggio di pochi e non era certo intesa per tutti, mentre oggi è più accessibile. Direi che non è possibile fare un paragone tra le due perché si tratta di concetti molto specifici per contesti differenti.

Qual è la nazione che ha contribuito di più alla cultura nella storia dell’uomo?

Mi sento di dover rispondere l’Italia: popolo di poeti, naviganti e studiosi. Pensiamo alla Divina Commedia e ai tanti nostri scrittori che hanno scritto opere meravigliose. Ma anche dal punto di vista storico abbiamo un’infinità di siti archeologici che raccontano le nostre radici profonde. Poi è ovvio che questa è una domanda molto generica e ampia ma se dovessi sceglierne solo una per me l’Italia è stata una di quelle nazioni che a livello artistico, culturale e a livello di storia ha contribuito di più alla cultura nel senso più ampio del termine.

Qual è il personaggio che ha contribuito di più alla cultura nella storia dell’uomo?

La risposta in questo caso dipende molto anche da cosa si intende per cultura. La persona che influito di più sulla cultura non credo si possa identificare con quella che ha ottenuto più medaglie o riconoscimenti. Ogni individuo, nel suo modo unico, ha contribuito allo sviluppo culturale di una nazione, di un paese, di una comunità. È una domanda troppo stringente per avere una risposta singola.

Quante lingue parla?

Prima di laurearmi in Lettere con indirizzo in Arte, Cultura e Turismo del territorio ero iscritto all’Università di Viterbo in Lingue per il turismo. Penso che le lingue vadano parlate e praticate. Parlo italiano, inglese e spagnolo, magari non in modo fluente al 100%, ma riesco a farmi capire.

Un contributo che vorrebbe dare o che pensa di lasciare alle future generazioni?

Spero vivamente di avere riacceso nelle persone, soprattutto in quelle del posto, l’amore e la passione per questo territorio. Attraverso questo mio percorso spero di aver ridato la giusta importanza a questi luoghi che fino a qualche anno fa erano praticamente dimenticati da tutti e mi auguro che le future generazioni possano proseguire questo discorso di valorizzazione.

Come potrebbe evolvere il concetto di cultura nel futuro?

Riflettiamo su ciò che era inteso per cultura nel passato e poi guardiamo la nostra quotidianità, dove siamo arrivati con la tecnologia che pian piano si sta sviluppando sempre di più. Basta pensare all’intelligenza artificiale. Un tempo, per scrivere un testo, si usavano carta e penna, si sbagliava e si imparava dagli errori. Oggi con questi strumenti tutto è più immediato e il rischio è che le persone diventino più pigre. Non so come potrà essere la situazione nel futuro ma facendo una previsione basata su quanto vedo oggi penso che la curiosità delle persone verrà meno. Perché fondamentalmente, come dicevo all’inizio, un uomo di cultura è un uomo che è curioso, che ha voglia di sapere, che ha voglia di imparare, di ascoltare. Una persona pigra non è curiosa perché ha tutto quanto pronto a portata di mano. Sono sempre timoroso nei confronti della tecnologia che, così come i social, ha vari impieghi. Io, ad esempio, utilizzo i social prevalentemente per la promozione del territorio e questi sono stati un veicolo fondamentale per me, per raggiungere con la mia divulgazione persone molto distanti. Bisogna però usare la tecnologia in modo consapevole e tenere bene a mente, anche in prospettiva futura, che la curiosità è essenziale per la cultura.

C’è un problema che, una volta risolto, potrebbe permettere alla cultura di tornare a essere dominante nelle nostre vite?

Secondo me non c’è un problema specifico che una volta risolto potrà far sì che tutti saranno curiosi o ci saranno tutte persone di cultura. Quella è una cosa che viene da dentro. Mi rendo conto che tanti ragazzi oggi, piuttosto che fare ricerche, andare in biblioteca, rivolgersi ai loro professori preferiscono stare seduti davanti al computer o alla tv. Secondo me è un declino della società, e con questo non voglio essere catastrofico, però fondamentalmente è quello che sta accadendo e molto dipende anche dall’educazione che i genitori impartiscono ai bambini, ai ragazzi, alle nuove generazioni. So che non è semplice, ma devono cercare di non fargli perdere la curiosità e con essa la voglia di essere bambini e di imparare, sempre e continuamente.

Vorrei concludere con una frase di Proust che mi è rimasta impressa da quando la lessi ai tempi dell’Università, ancora prima di iniziare con la mia promozione del territorio, che diceva: “La vera terra barbara non è quella che non ha mai conosciuto l’arte, ma è quella che, pur essendo disseminata di ogni ricchezza, non riesce a valorizzarla.”

Leggi il Curriculum Vitae di Panichelli Luca