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Antonio Arevalo è poeta, curatore d’arte, promotore culturale e molto altro. Una figura poliedrica, che ha saputo trasformare la propria esperienza personale in una missione molto più ampia. Nato in Cile e da anni stabilitosi in Italia, vede nella poesia e nell’arte contemporanea un mezzo per esplorare e raccontare il dialogo tra identità diverse. In particolare nella Tuscia, tra i borghi e i paesaggi della provincia, ha intrapreso un progetto ambizioso: risvegliare e ridare vita all’hummus culturale di questa zona, recuperando l’eredità di artisti che hanno trovato in questa terra un’ispirazione unica. Per lui la cultura è accoglienza, dialogo e capacità di rinnovarsi, un valore che deve ripartire dal nostro territorio, dalle sue comunità e da un ritorno all’autenticità in un mondo sempre più segnato dalla superficialità e dal consumo.
Cosa significa essere un uomo di cultura?
Per me significa essere cresciuto facendo parte di una storia, come quella cilena, che ha profondamente influenzato il mio percorso, camminando però sempre di pari passo con la contemporaneità. Essere un uomo di cultura secondo me è la capacità di stabilire un dialogo, di conoscere e riconoscere l’altro.
Quali sono le sfide di fare cultura nel XXI secolo?
Per rispondere a questa domanda voglio riportare le parole di Ignazio di Loyola: “Vedo le persone, le une e le altre. Primo, vedo gli abitanti della terra, così diversi sia nelle vesti sia negli atteggiamenti: alcuni bianchi e altri neri, alcuni in pace e altri in guerra, alcuni che piangono e altri che ridono, alcuni sani e altri malati, alcuni che nascono e altri che muoiono, e così via”. Ecco secondo me una delle sfide più grandi è l’accoglienza. Bisogna avere la capacità di vedere l’altro e di superare i nostri confini interiori per accoglierlo. Trovo che questo tema sia fondamentale in un’Europa che sembra chiudersi sempre più in sé stessa.
Qual è il risultato più grande che ha ottenuto?
Uno dei momenti più significativi della mia carriera, a partire dal quale si è un po’ stabilito quello che sono e che faccio attualmente, è stato nel 2001, quando sono stato scelto come curatore del primo Padiglione del Cile alla Biennale di Venezia. In quella 49ª edizione mi sono assunto una grande responsabilità e ho voluto raccontare al mondo il passaggio del Cile verso la contemporaneità scegliendo Juan Downey, un artista pioniere della videoarte. Lui aveva vissuto a New York negli anni ’60 con altri padri della videoarte ma aveva una grande coscienza e anima latino-americana. In quell’occasione la giuria mi ha fatto vincere con una menzione d’onore ed è stato il mio primo passo sulla scena internazionale.
Quali sono le principali sfide e le differenze nel progettare mostre per eventi nazionali e internazionali e farlo invece in un contesto più locale come quello della Tuscia?
Non vedo questi due mondi – quello internazionale e locale – come paragonabili, ma ciascuno unico nella sua specificità. La Tuscia è già di per sé un luogo unico, un territorio che ha ispirato artisti di fama mondiale come Salvador Dalí a Bomarzo, Enrico Castellani a Celleno, Pasolini a Chia, Matta a Tarquinia. Sono tutti artisti che hanno creduto in questo territorio e che non solo lo hanno vissuto, ma lo hanno fatto diventare un’opera d’arte. Io sono venuto qui con l’idea, con la preoccupazione, che questa realtà stava svanendo. Invece mi rendo conto, stando qui, che non è così e che ci sono diverse realtà che stanno facendo rivivere questo splendido territorio e che attirano nella Tuscia persone dall’Italia e dal mondo a visitare questo luogo che ha ispirato tanta arte. Mi sto sempre più convincendo che qui si può fare tutto. Ho scelto di investire recuperando un borgo antico e una torre a Sipicciano attorno a cui sto costruendo un progetto che coinvolge artisti e voci creative, sia locali che internazionali. L’idea è quella di creare un dialogo vivo con il paesaggio, la comunità e la storia del luogo, riqualificandolo e restituendogli nuova energia. Mi affascina l’opportunità di abitare e riabilitare un territorio con un passato così ricco di arte e cultura. Questo progetto per me rappresenta un po’ il mio “Fitzcarraldo”, ispirandomi al film in cui un uomo si spinge fino all’Amazzonia per costruire un Teatro dell’Opera. Ecco, il mio sogno è guidato da una visione simile.
Potrebbe citare un ministro della cultura valido?
Dario Franceschini. Quando si è svolta l’Expo di Milano lui aveva organizzato un convegno internazionale con i ministri della cultura di vari Paesi. Poiché né il mio ministro né il mio ambasciatore erano presenti ho dovuto assumere temporaneamente il ruolo di “ministro per un giorno” e partecipare a questo evento di altissimo livello. Durante il convegno abbiamo avuto l’opportunità di firmare accordi culturali di grande rilevanza per la produzione cinematografica e per il sostegno al teatro e alla musica. Ho trovato in lui una persona estremamente disponibile, con una profonda comprensione della materia. Un grande uomo di cultura.
Serve un titolo per essere un uomo di cultura?
No, assolutamente. Io stesso non sono laureato. La mia formazione è stata il teatro immagine, la poesia visiva, Sanguinetti e tutto il gruppo di Genova. Il work in progress per me è fondamentale, è stata quella la mia laurea, poi la poesia e l’intuizione hanno fatto il resto.
C’era più cultura nel passato o oggi?
Nel passato perché c’erano vicissitudini, penso ad esempio agli anni ’70, di grande contraddizione ma anche di grande apertura. C’era la possibilità di poter cambiare una società tenendo in considerazione il proprio paese, l’Italia o il Cile che sia, e attraverso questo venire in contatto con le diversità e farle proprie.
Qual è la nazione che ha contribuito di più alla cultura nella storia dell’uomo?
Sicuramente l’Italia e la Grecia. Ma l’Italia in particolare. Io sono qui anche per questo motivo e penso di essere una persona fortunata, un privilegiato.
Qual è il personaggio che ha contribuito di più alla cultura nella storia dell’uomo?
È una domanda veramente troppo ampia. Non credo ci sia un singolo personaggio ma piuttosto una serie di personaggi che hanno fatto la cultura e che sono stati pittori, pensatori filosofi. Si tratta di un collage molto vasto perché penso che tutto proceda di pari passo e niente vada da solo. Per cui direi che non c’è un singolo personaggio che abbia contribuito in solitaria alla cultura nel mondo.
Quante lingue parla?
Sono bilingue, scrivo e parlo in italiano ma la mia lingua madre è lo spagnolo. Capisco anche il francese, l’ho studiato a scuola perché ho vissuto l’epoca in cui era la lingua internazionale di riferimento prima dell’inglese, e anche un po’ di portoghese.
Un contributo che vorrebbe lasciare alle generazioni future?
Sto lavorando per creare un dialogo tra le diverse realtà culturali della Tuscia. Credo che mettere in rete artisti, strutture e iniziative locali possa dare una spinta alle nuove generazioni per creare qui il loro futuro, senza sentirsi costrette ad andare altrove. In questo territorio sto scoprendo molte realtà interessanti e credo sia fondamentale ampliare il dialogo tra di esse per creare qualcosa di significativo. Qui non vivono celebrità come Madonna o Sting ma artisti con un forte legame culturale e una visione autentica. Ritengo importante riconoscere il valore di questi gruppi di artisti che stanno facendo della Tuscia un qualcosa di molto positivo. Quello che posso lasciare alle future generazioni è un contributo modesto ma essenziale, ovvero il dialogo tra diversità e varie realtà culturali che sto portando avanti, ad esempio con iniziative come Sculture in Campo a Bassano in Teverina e Carbognano. Spero che creare questo movimento possa offrire alle nuove generazioni delle opportunità per trovare il proprio spazio qui, nella Tuscia.
Come potrebbe evolvere il concetto di cultura nel futuro?
Penso che dopo la pandemia ci siamo resi conto che il tempo delle grandi città e delle metropoli è in declino. Si sta riscoprendo l’importanza dei piccoli borghi, luoghi in cui la vita è più autentica, più sana, più piccola e più umana. Nel futuro immagino un ritorno a questa dimensione più raccolta, dove ci si può concentrare sulle cose semplici e godersi la vita senza l’esigenza di esagerare o di aver bisogno di troppo. Questo cambiamento potrebbe includere anche un recupero del valore del cibo genuino, del respirare aria pulita e del vivere in armonia con l’ambiente. È una speranza, ma anche una necessità perché stiamo avvelenando il nostro pianeta che diventa ogni giorno più fragile. Penso che anche la cultura dovrà seguire questa direzione, recuperando autenticità e semplicità, contrapponendosi ai modelli della società consumistica.
C’è un problema che, una volta risolto, permetterebbe alla cultura di tornare centrale?
In questo senso credo che il problema non sia la cultura o le singole persone ma la sfera politica e governativa. È necessario che queste si concentrino sui bisogni reali dell’uomo per dare alla cultura il ruolo che merita. Se la politica non cambia non c’è rimedio e la cultura non potrà fare altro che sopravvivere.